Parole

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Magnifico Teatrino
(intervista a Valeria Nasci, apparsa in luglio 2016 sulla rivista on line Fai girare la cultura)

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Sette paia di scarpe ho consumate
(articolo di Marina Mazzolani, apparso in giugno 2016 sulla rivista on line La macchina sognante)

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Magnifico Teatrino Errante: in scena le abilità diverse
(radio intervista di Mariagrazia Salvador, andata in onda a giugno 2015 su Radio Città Fujiko)

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Video intervista realizzata da Topmedias, febbraio 2015

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Sulle orme del Magnifico Teatrino Errante
(articolo di Lucia Cominoli, apparso nel n° 1 anno 2015 della rivista Hacca parlante)

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Lettera di uno spettatore: Gianni, spettatore al Festival Teatri Paralleli, Sant’Omero TE – luglio 2014

Carissimi amici, ho intenzione di scrivervi queste poche righe perchè lo spettacolo che ho avuto occasione di vedere ieri sera a Sant’Omero mi ha lasciato una strana sensazione. Faccio anch’io teatro per passione, il mio lavoro è altro, ma il teatro rimane per me quella fessura dalla quale poter vedere le cose nel modo più libero e semplice, senza preconcetti e pregiudizi. Ebbene ieri sera mi sono accorto di avere dei pregiudizi!
Cerco di spiegare quello che voglio dire.
Ad un primo impatto lo spettacolo non mi è piaciuto…anzi ad essere sincero…sono andato via col mal di pancia. Già…..come se avessi ricevuto un pungno.
E non riuscivo a capirne il motivo…..
Ho pensato che lo spettacolo fosse brutto. E me ne sono andato alla fine, applaudendo senza un motivo apparente.
Poi stamattina, a mente libera…ho voluto sapere di più dello “spettacolo” e sono venuto a sbirciare nel sito della compagnia. Ho letto tutto ciò che c’è da leggere.
Che dire… la vostra è una realtà anomala…quasi unica credo. Una compagnia di teatro che è aperta a tutti, che davvero coniuga il vero senso dell’integrazione a tutto tondo e che riesce anche ad essere portatrice di un teatro di ricerca.
Credo che ieri non ero “pronto” o preparato per vedere il vostro spettacolo….mi sono sentito inadeguato come spettatore….ero venuto per passare una bella serata…invece ho assistito ad “camion” che mi è passato sopra.
ahahhahahaha
Complimenti davvero per quello che siete e per quello che fate….un abbraccio.

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Io credo nel Teatro. In quello classico e in quello di ricerca. Credo nell’evento unico, dal vivo, che riunisce le persone, ognuna a suo modo osservante e partecipante. E poi, credo nelle Favole.
Ho incontrato Biancaneve per caso. Un giorno ho chiesto al gruppo: “Qualcuno sa come si chiamano i nani?” Nura ha detto: “Io lo so, sono cinque”. Tutti ridono. “E come si chiamano?” Ho chiesto io, Nura ha risposto: “Si chiamano Presepe, Gesuè, Principessa, Settenani e Marcello…”.
Non si poteva più tornare indietro: Nura aveva deciso per tutti noi che avremmo lavorato su Biancaneve.
La favola l’abbiamo letta, ingerita, condotta al nostro tempo, ci siamo abbandonati al suo incanto, infine l’abbiamo stravolta. La sequenza della storia resta la stessa, oppure Ninfa, che la conosce alla perfezione, ci avrebbe rimproverato ogni giorno di prove, ma abbiamo reinterpretato molti elementi, tant’è che le protagoniste sono tre, le nane sono femmine e i morsi dati alla mela sono diventati, non più soltanto simbolo di un avvelenamento favolesco, ma di una morte collettiva. La nostra, di tutti noi,
morti viventi che restiamo spesso a guardare senza pretendere la verità, senza volerla sapere, perché fa più comodo così, perché fa meno male.
Dice la nostra Biancaneve: “Il mondo reale spesso non mi piace, è brutto. Soltanto l’illusoria bellezza può renderlo sopportabile. E se la verità è un mistero irraggiungibile, allora devo costruire sulla menzogna”.
Ecco il rischio: vivere nella finzione, nell’apparenza, dove i corpi diventano oggetto e gli oggetti hanno potere sui corpi (e saranno le 7 Puttanane, consumatrici e venditrici instancabili, a raccontare questo).
Ma noi la verità la vogliamo sapere e Biancaneve si spoglia. Vogliamo sapere di cosa sono fatte le mele che mordiamo, vogliamo sapere quanta acqua e quanti pesci sono stati contaminati dalle radiazioni di Fukushima, dove vanno a finire i soldi pubblici… vogliamo sapere, vogliamo sapere, vogliamo sapere.
“Specchio, specchio delle mie braghe, chi è la più bella del Reale?”, dice la nostra Matrigna. Abbiamo pensato di rispondere: la Verità. La verità è la più bella. E ci rende davvero liberi.
Biancaneve di MTE è una storia che appartiene a tutti e che cerca di rivendicare il diritto di sapere.
(Valeria Nasci, foglio di sala dello spettacolo Biancaneve, 2014)

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Scatenati ed erranti… ma, soprattutto, “Magnifici”!
La realtà del Magnifico Teatrino Errante senza veli né finzioni
Continuando il nostro viaggio nel mondo del teatro sociale, è con piacevole sorpresa che a Bologna scopriamo una realtà poco nota ai più, ma senza dubbio molto affascinante, attiva da ben quattro anni con vari spettacoli alle spalle e molta, molta carne al fuoco. Errante per le strade del capoluogo felsineo, questo Teatrino riesce ad essere Magnifico senza effetti speciali, e sarebbe molto riduttivo definirlo associazione di teatro per disabili. Solo vivendo qualche ora con questo imprevisto gruppo di lavoro, capitanato dall’attrice e regista bolognese Valeria Nasci, capiamo che sul piatto la posta in palio è molto più alta. Di sicuro per prima cosa colpisce la squisita armonia che la disomogeneità dei partecipanti genera, durante le prove di uno spettacolo o semplicemente in un esercizio di improvvisazione. Da una parte ragazzi ed adulti affetti da una disabilità fisica e/o mentale, dall’altra aspiranti attori neolaureati al DAMS o socio-educatori provenienti dalla facoltà di Scienze dell’Educazione. La chiave che apre la porta di questa “distanza” è la spontaneità con cui le due parti si incrociano, si mescolano, si prendono in giro a vicenda, inscenano una storia partendo da un semplice gesto o creano una drammaturgia da un dialogo immaginario. Il Magnifico Teatrino Errante nasce, quando ancora non si chiamava così, da alcune collaborazioni importanti con realtà associative cittadine. Resta finora un servizio gratuito (e di questi tempi non è affatto poco) ed è forte del costante sostegno di alcuni educatori sociali, i quali continuano a segnalare utenti interessati a questo tipo di attività artistica. Ecco appunto, l’arte. Le discipline artistiche che via via hanno arricchito il percorso di questi attori sono state molteplici e degne di menzione: musicoterapia, danza contact, teatro comico, costruzione di maschere in cartapesta, arte-terapia, acquerello e improvvisazione teatrale. Affidate ognuna ad un esperto e titolato insegnante, queste esperienze confluiscono in maniera sinergica nel lavoro estensivo di drammaturgia di Valeria Nasci. Diplomata all’Accademia
d’Arte Drammatica dell’Antoniano di Bologna e formatasi con artisti come César Brie, Mamadou Diagne, Joào Fiadeiro, Matteo Belli, la coordinatrice e regista del Magnifico Teatrino Errante calca la mano sul suo personale approccio non pietistico nei confronti degli attori disabili. A differenza delle associazioni di volontariato che spesso partono da obiettivi diversi, qui la necessità di un’integrazione tra disabili e non, viene postposta a quella di una ricerca artistica. La socializzazione avviene su un altro livello, che non è evidentemente quello della semplice attività ricreativa. E, a onor del vero, questo ribaltamento di prospettive ha ottenuto finora risultati eccellenti, sia sul piano teatrale che su quello dell’integrazione, tanto che ogni anno si innestano nuovi ragazzi disabili al gruppo dei veterani. I disabili portano con loro una verità scenica inconfutabile senza veli né finzioni, proprio in quanto persone non strutturate che non “recitano” nel senso accademico, esse sono capaci di trasmettere emozioni al pubblico in maniera più diretta.” E chi ha avuto la fortuna di assistere ad uno degli spettacoli che il gruppo ha messo in scena in questi quattro anni sa di cosa stiamo parlando. Il compito di coordinare e colorare questo gruppo spetta ovviamente proprio alla regista, la quale, nel momento della creazione e del “far gruppo”, adopera il suo sguardo artistico per parlare inevitabilmente delle differenti abilità ed evidenziare che non per forza sono più interessanti le une o le altre. Al suo entusiasmo contagiante vanno i meriti di aver tenuto compatta la compagnia anche in periodi difficili, nell’errare di questo a dir poco miracoloso teatrino. A riprova di quanto detto, i buoni frutti si vedono anche sui singoli individui, dato che spesso l’esperienza maturata nel gruppo teatrale si è poi rivelata un aiuto prezioso alle famiglie o agli assistenti, per comprendere aspetti caratteriali più “nascosti” dei ragazzi. Per quanto riguarda invece gli attori normo-dotati, se il percorso artistico affrontato in questi anni ha indubbiamente sedotto molti sguardi, la crescita professionale ed umana che questo gruppo consente è stato al contempo un richiamo crescente ed un filtro naturale per convogliare persone dotate di una certa sensibilità, oltre a capacità attoriali o socio-educative. Nel 2011, con la memorabile partecipazione del gruppo alla PAR TOT PARATA, prende il via l’importante collaborazione con l’associazione OLTRE, la quale di fatto lo “adotterà” da quel momento in poi. Tra l’altro è stato proprio in occasione della celebre parata cittadina che il Teatrino deciderà di chiamarsi non solo Magnifico ma Errante, a simboleggiare una ricerca continua, una peregrinazione sia nei luoghi della città che tra le sensibilità “diverse” dell’animo umano. Nel 2012 MTE lavora al suo primo vero spettacolo “Anche l’OCCHIO vuole la sua parte”, che debutterà a Bologna al Teatro Dehon in occasione della rassegna Diverse Abilità in Scena organizzata da Gli Amici di Luca per poi replicare al Teatro Furio Camillo di Roma per il Festival Anticorpi, al festival DDT di Imola e al Fringe Festival TrenOFF degli Instabili Vaganti a Bologna. Nel corso del 2013 con lo spettacolo “Random cabaret, la variabile causale”, MTE conferma le sue qualità artistiche e le ripropone di nuovo al Teatro Dehon, a Palazzo Re Enzo (all’interno della rassegna Teatri Solidali), e all’Arboreto per Passioni. Inoltre non mancano rappresentazioni sceniche e partecipazioni “informali”, come “incursioni” clownesche all’interno delle scuole elementari, e la sfilata Par Tot, in occasione della quale MTE ha partecipato con un proprio laboratorio dal nome “Fuori come un balcone” (nel vero senso della parola)… Il laboratorio, in particolare, si articola in due fasi principali: la prima è un percorso formativo di 5/6 mesi in cui il gruppo di lavoro, formato da persone disabili e non, incontra un docente diverso di alcuni tra le più interessanti discipline artistico/teatrali: nel particolare clown, teatro danza, teatro fisico, animazione video e drammaturgia. La conclusione di questa prima fase è appunto la produzione di uno spettacolo teatrale da presentare al pubblico. La seconda fase è una rassegna dal titolo NUOVI MAESTRI – RASSEGNA DI TEATRO COME FORMA DI INTEGRAZIONE: 5 workshop a cura di attori, registi, professori che lavorano con il teatro applicato all’integrazione sociale e 5 incontri serali aperti al pubblico dove ascoltare le esperienze dirette degli stessi maestri le tematiche sono: TEATRO E CARCERE, TEATRO E PSICHIATRIA, TEATRO E IMMIGRAZIONE, TEATRO E PERSONE NON VEDENTI, TEATRO E DISABILITÀ. Un teatro diverso dagli altri, dunque, ma nemmeno così tanto. Di sicuro nel linguaggio, quello sì. Per il resto non è altro che una compagnia teatrale a cui partecipano anche disabili, tutto qua. Un valore aggiunto che viene stimolato dal perno imprescindibile e rivoluzionario che è la materia artistica. Lasciate a casa i pietismi dunque, e godetevi questo piccolo gioiello la cui preziosità va scoperta senza pregiudizi né metri di misurazione convenzionale.
(articolo di Sebastiano Curci, apparso su Buone Notizie Bologna di settembre 2013)

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La scrittura scenica del Magnifico Teatrino Errante
(articolo di Elena Scalia, apparso il 20 maggio 2012 su THEARTSHIP)

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Dentro le prove di Magnifico Teatrino Errante
(articolo di Angela Sciavilla, apparso il 29 marzo 2012 su Voci dalla Soffitta)

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Radio intervista, andata in onda a febbraio 2012 su Flash FM

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. buhobastian ha detto:

    Riflessioni post debutto…
    Lo spettacolo “Anche l’occhio vuole” cosa dice? cosa mi dice?
    Mi racconta quanto un occhio può vedere, parlare, esprimere e ricordare.
    Chiaramente un occhio vedente può vedere…
    ma spesso addomesticato, abituato, superficiale, condizionato, frettoloso, sovraccarico, rischia d’essere orbo, accecato o cieco.
    Questo sicuramente è la prima banalissima osservazione di chi da tempo “si è già levato la benda” e riesce a guardare invece che vedere, non dico niente di nuovo né di originale a chi è “sbendato” né posso “accelerare la sbendatura” a chi non si accorge di usare gli occhi solo per vedere.
    Io, né nessuno può… ma il teatro sì. O almeno tenta…
    Allora però diventa interessante come questo particolare spettacolo tenta di sbendare lo spettatore…

    Un coro bendato, un quadro di bendati che scoprono il mondo, delle gambe senz’occhi che incessantemente camminano, zampettano, “gallinano”, segnano il tempo che scorre ed un pubblico che probabilmente all’inizio cerca occhi che “non ci sono”, ma poi, senza accorgersene, alla fine si rende conto che ha utilizzato i suoi occhi in modo diverso, approfondito, e si è fatto agire da un’infinità d’occhi usati per comunicare, ma anche per essere visti interamente.

    Due musicisti, due cajon, “uguali”…
    Ma sono uguali ? No.
    Due uomini, due personalità, due artisticità, due espressioni, due energie, due forze della natura che si esprimono in musica, ognuno a proprio modo e fanno muovere anche i corpi più indolenti, pigri, stanchi, mosci…
    Che siano in comoda poltrona o dietro delle quinte polverose.
    Un modo unico che arriva a muoverti le membra e farti vibrare…
    Cosa vediamo ? la musica.
    Il colore della musica, il peso della musica, la forma della musica, non la forma del cajon.

    La curiosità, l’ardire, la paura, il proocedere di un quadro di bendati è già di per sé un occhio sul mondo… lo spettatore si percepisce come mondo, si sente agognato, desiderato, ma anche terrorizzante: si sente “nell’occhio del mirino” eppur non vede occhi, ma se li sente piazzati in faccia sia prima che dopo la benda con la stessa potenza.

    L’occhio può a nostra scelta vedere o celare o svelare come ogni strumento può essere usato in maniere differenti come cornice che incornicia, tetto che protegge, salvagente che sorregge, gonna che ci spoglia.

    Coro che canta occhi, racconta di occhi…
    Occhi che ascoltano parlare di loro sotto una benda.

    Amore negli occhi chiusi di chi si ama e balla insieme stretto stretto. Il sorriso più dolce lo vedi riflesso negli occhi ancor più che sulle labbra e questo sia a 3cm sia nell’ultima fila.
    Il desiderio di amare e ballare che fa inchinare Silvia 2, 3, 4 volte fino a che finalmente non vede arrivare colui che finalmente l’abbraccerà.

    Una ballerina, uno xilofono, due sedie e tutti vedono un carillon… vedono… non immaginano. E il loro occhio ruzzola dietro la sagoma bianca.

    E l’occhio grande della regista che cattura l’essenza e le immagini quasi senza nemmeno saperlo, come polaroid, come istantanea, senza fotoritocco a posteriori. Dotata di una pellicola sensibile rileva i particolari e le bellezze e le verità che passano dai suoi occhi e vi ci si incollano… e poi ce li dona generosa.
    Chiede. Cosa vi sto mostrando?
    E compone uno spettacolo vero in cui ogni spettatore vede il vero e lo interpreta a proprio modo diventando uno spettacolo dentro lo spettacolo, in cui una verità piace o non piace a seconda del gusto di chi la guarda, ma è ennesima testimonianza che è arrivata a tutti, che TUTTI l’hanno vista.

    Allora sarà altrettanto bello chiedere poi “Cosa hai visto?” “Cosa ti ho fatto vedere?” E poi guardare lo spettatore ed ascoltare i suoi occhi.
    (Eva B.)

    1. magnificoteatrino ha detto:

      Ti racconto questa poi dormi, ok?

      Ok.

      Quando ero piccola, avrò avuto tre anni, no, quattro, era appena nata Nora quindi quattro …

      Zia Nora?

      Sì, zia Nora.

      Zia Nora quella con le scarpe fucsia?

      Hai altre zie Nore?

      No.

      Infatti. Quando avevo quattro anni sono andata a teatro col nonno.

      Tuo nonno?

      No, tuo nonno. Nonno Guido.

      Nonno Guido quello senza capelli?

      Sì, quel nonno Guido lì. Era una delle prima volte che andavo a teatro, ero un po’ emozionata.

      Perché?

      Perché era bello andare a teatro, un giorno ti ci porto, ok?

      Ok.

      Anche il nonno era emozionato.

      Il nonno Guido?

      Sì, il nonno Guido.

      Perché?

      Perché quello spettacolo era anche un po’ suo.

      Perché?

      Perché lui aveva fatto le prove con gli attori ma poi non aveva fatto lo spettacolo, non chiedermi …

      Perché?

      Appunto. Non lo so perché. E non importa. Fammi raccontare, ok?

      Ok.

      Mi ricordo che quando siamo arrivati nel teatro il nonno faceva dei gran respironi, come se volesse tenersi dentro l’aria del teatro per sempre.

      Perché?

      Non lo so. Forse perché stava bene. O forse perché l’aria dei teatri fa bene ai polmoni. Mi stringeva forte la mano. Sembrava, come posso dirti?, fiero.

      Cosa vuol dire fiero?

      Vuol dire contento, ma con orgoglio.

      Cos’è l’orgoglio?

      E’ tipo la contentezza, ma con un po’ di fierezza mischiata dentro.

      Ah.

      Io ero un po’ gelosa, sai?

      Perché?

      Perché sembrava che tenesse più allo spettacolo che al fatto che io fossi con lui. Ma forse mi sbagliavo.

      Perché?

      Perché ripensandoci oggi mi sembra che fosse contento proprio perché c’eravamo sia io che lo spettacolo, insieme, con lui.

      Ah. Mi dici dello spettacolo?

      Lo spettacolo iniziava con dei ragazzi bendati che dicevano delle cose.

      Delle cose cosa?

      Delle cose sugli occhi.

      Cosa?

      Per esempio, occhio non vede cuore non duole, oppure occhio al cane, oppure occhio per occhio.

      E occhio bello col pennarello lo dicevano?

      No.

      E occhio pulito lo tocco col dito?

      Neppure.

      E occhio …

      Posso continuare?

      Ok.

      Erano tutti bendati, e dicevano delle frasi una sopra l’altra, non si capivano bene.

      Allora come fai a sapere che non dicevano occhio bello col pennarello?

      Hai ragione, forse lo dicevano. Va meglio così?

      Sì. E poi cosa succedeva nello spettacolo?

      Tante cose.

      Tante cose cosa?

      Succedeva per esempio che correvano tutti a destra e a sinistra, piano e veloce, normale e con le ginocchia alte.

      E chi vinceva?

      Nessuno, non era una gara.

      Ah. E poi?

      E poi c’erano i ragazzi nella cornice.

      Tipo quadro?

      Sì, tipo quadro.

      E cosa facevano?

      Uscivano.

      Perché?

      Non lo so, forse per affrontare il mondo.

      Cosa vuol dire affrontare il mondo?

      Vuol dire vivere, più o meno.

      Ah. E non potevano vivere nella cornice?

      Chissà, forse sì. Ma preferivano vivere fuori.

      E poi cos’altro c’era?

      C’era un ragazzo che si arrabbiava, ma per finta.

      Con chi si arrabbiava?

      Con una ragazza.

      Perché?

      Non lo so.

      Forse lei lo aveva trattato male?

      Forse.

      Gli aveva rubato i giochi?

      Può darsi.

      Aveva mangiato i suoi cioccolatini?

      Eh, può essere.

      E poi?

      Poi c’erano dei musicisti.

      E cosa suonavano?

      Delle scatole.

      E le suonavano bene?

      Sì.

      Perché non suonavano gli strumenti?

      Non lo so, forse perché è troppo facile suonare gli strumenti.

      Ah. E poi?

      Poi c’erano i miei preferiti.

      Chi erano i tuoi preferiti?

      I ballerini.

      Cosa facevano?

      Ballavano.

      Ah. E cosa ballavano?

      Ballavano un ballo.

      Ah. Con la musica?

      Sì.

      Che musica?

      Una musica ballabile.

      Ah. E perché erano i tuoi preferiti?

      Non lo so. Forse perché stavano bene sul palco. O forse perché erano malinconici.

      Cosa vuol dire malinconici?

      Vuol dire tristi, ma con della tristezza mischiata dentro.

      E poi chi c’era?

      C’era una ragazza che si spogliava.

      Nuda?

      Quasi.

      Quasi tutta nuda?

      Quasi tutta nuda.

      Perché?

      Non lo so, forse perché voleva farci capire chi era, o forse aveva caldo.

      E poi?

      Poi c’era un ragazzo che correva da solo.

      Perché?

      Perché lo inseguivano.

      Chi lo inseguiva?

      Qualcuno.

      E se lo prendevano cosa gli facevano?

      Non lo so, forse niente, o forse qualcosa.

      E poi chi altro c’era?

      C’era un ragazzo con la testa di elefante.

      Ma i ragazzi con la testa di elefante non esistono.

      Come no, certo che esistono.

      Io non li ho mai visti.

      Ma li hai cercati?

      No.

      Ah, ecco.

      E poi chi c’era?

      C’erano i tacchinesi.

      Chi sono i tacchinesi?

      Sono i tacchini, ma con le piume bianche.

      Bianche?

      Bianchissime.

      E poi?

      Cosa?

      Poi chi c’era?

      C’era una ragazza. E c’era un drago. E sentimi bene: la ragazza era il drago.

      Ma no, non esistono le ragazze drago.

      Esistono.

      No, non esistono.

      Esistono.

      Non ci credo.

      Neanch’io ci credevo, ma mi sbagliavo. Esistono.

      E come sono fatte?

      Sono fatte come le ragazze.

      Allora non era una ragazza drago. Era una ragazza normale.

      Certo che era una ragazza normale. Le ragazze drago sono normali.

      Mamma.

      Sì?

      Non ho capito.

      Capirai.

      Capirò?

      Sì, capirai.

      Quando?

      Non lo so, forse domani, o forse tra vent’anni.

      Mamma.

      Sì?

      Ma come fai a ricordarti tutto dopo così tanto tempo?

      Non so neanche questo. Forse perché quello spettacolo l’ho visto tante altre volte dopo quel giorno. O forse perché le cose belle non si dimenticano quasi mai. E le cose bellissime mai e poi mai.

      Mamma.

      Sì?

      Tu non sai tante cose.

      No, infatti. Ne sono poche. So solo che le ragazze drago esistono. E anche i ragazzi elefante esistono. E anche i ballerini malinconici. E anche …

      Mamma.

      Sì?

      Ho sonno.

      Buonanotte bimba.

      Buonanotte mamma.

      (di Guido Casamichiela)

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